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Leggo voracemente ogni testo sull’arte che mi capita fra le mani: libri e riviste, saggi e micro-saggi da depliant, elzeviri assessorili, annunci web e comunicati stampa. Leggo l’arte “scritta” dai filosofi e dai critici, dai giornalisti e dagli storici. Ciò che riunisce in genere tutti questi soggetti è l’omogeneità del loro linguaggio allo stile della scrittura esegetica classica, dove la grammatica si purifica dal linguaggio parlato del tempo e il lessico si arricchisce di neologismi (talora inquietanti seppure efficaci) e trasversalità linguistiche. Capita però di leggere anche testi di autori provenienti da settori disciplinari lontani dall’arte, talora ad essa antitetici, trattati con la nonchalance di chi ritiene che ove agisce principalmente il “retinico” sia tutto possibile, tutto dicibile, cosa che mai si sognerebbero di fare in altri ambiti professionali, pena la gogna e il tribunale. Ma, tant’è, l’arte è di tutti e tutti possono scrivere d’arte senza che un’autorità, che pure esiste, conferisca a costoro le legittime competenze, cosicché dottori in giurisprudenza falliti e corniciai, portaborse o figli di buona donna si ergono a giudici dell’arte e del lavoro degli artisti con l’unico scopo di far denari. Il loro linguaggio è approssimativo, spurio, improvvisato, manca delle conoscenze linguistiche specifiche dell’arte, si affida alla parola striminzita della chiacchiera come se l’oggetto che trattano fosse cosa qualsiasi, dozzinale e grossolana. E scrivono, scrivono con tutta la loro incompetenza artistica, ciechi e sordi a ogni grammatica, lingua e lessico, azzardano contenuti di una comicità unica che solo agli sprovveduti appaiono seri. Confondono movimenti e stili, ricerche e storia, scrivono Boys per Beuys, pronunciano Klì per Klee e Men per Mann. Nessun curriculum legittima la loro attività, nessuna laurea specifica, nessuna ‘storia’ familiare sostenuta da attitudini personali, nemmeno un magro diploma d’arte di scuola secondaria. Niente di niente!

Accade che nel Veneto, ma non solo, si muova da alcuni anni una schiera armata di questi incompetenti, determinati quanto gli Imàm  a condurre la guerra santa delle certificazioni delle opere d’arte di alcuni artisti noti e meno noti, sostenuti dai legittimi discendenti che delegano loro l’incombenza, senza sapere che la Legge invece affida proprio agli eredi queste competenze.
E tuttavia vedove, figli e parenti, mai o raramente ammessi negli ateliers dai congiunti artisti, plaudono con entusiasmo ai libri monografici sull’opera del caro estinto, senza averne mai letta una riga ma felici che ne aumentino visibilità e quotazioni e pronti ad assecondare l’originalità dell’opera, di sicura mano del familiare, per trenta denari vitanaturaldurante.
Questi libri non hanno distribuzione, non hanno editori come li intendiamo comunemente, non si trovano nelle librerie né nelle biblioteche. Seguono percorsi interni alle gallerie di terz'ordine che li usano come specchi per allodole collezioniste. Li potete riacquistare però a metà prezzo, un paio di mesi dalla loro stampa, fra i remainders dei librai dell’usato accanto alle inutili monografie milionarie edite dalle banche.
Cercateli e leggeteli, cercate fra i titoli sui maestri dello spazialismo, dell’astrazione lirica e geometrica, della cinetica, del paesaggismo lagunare e della figurazione più in generale. Scoprirete come quanti nobili artisti diventino in quelle pagine baracconi di insensatezze, volgarità semantiche e come venga distorta la loro ricerca e la loro vita. Leggeteli per credere.


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